Quest’anno, Lucca ha deciso di dedicare alle legacy il proprio tema, e per l’anniversario dei 40 anni di carriera di Frank Miler, si è tenuto un panel speciale dedicato a lui. Miller ripercorre il proprio percorso creativo da Batman a Daredevil, passando per il cinema noir e una collaborazione speciale con Dave Gibbons. Ha raccontato come nascono le storie e perché alcuni personaggi continuano a parlargli, anche a distanza di decenni.
Ci sono autori che hanno scritto fumetti importanti, e autori che—nel corso della loro carriera—hanno contribuito a cambiare il modo stesso di concepirli. Frank Miller appartiene senza dubbio alla seconda categoria.
Lucca Comics 2026 è proprio nell’anno in cui ricorrono i quarant’anni di Batman: The Dark Knight Returns e Daredevil: Born Again. Era inevitabile tornare a uno dei periodi più significativi della storia del fumetto americano—un momento in cui Miller, insieme ad altri grandi autori della sua generazione, stava ridefinendo i confini del medium. Ha portato nelle storie dei supereroi una maturità narrativa, una sperimentazione visiva, e una complessità che fino ad allora erano rimaste piuttosto marginali nel fumetto mainstream.
L’incontro parte proprio dal 1986, da quei due libri che ancora oggi rappresentano una sorta di spartiacque. Ma, come spesso accade quando parla del proprio lavoro, Miller non sembra particolarmente interessato a celebrare i risultati raggiunti. Invece, preferisce raccontare cosa aveva in testa quando cominciò a realizzarli.

Parlando di The Dark Knight Returns, Miller descrive il proprio approccio come un’operazione di demolizione e ricostruzione. L’idea era quella di prendere un edificio bellissimo—ormai appesantito da troppe aggiunte—abbatterlo, e ricostruirlo, conservando soltanto ciò che meritava davvero di essere salvato. Non si trattava di distruggere Batman per il gusto di farlo, ma di liberare il personaggio da tutto ciò che, secondo Miller, ne aveva progressivamente indebolito il potenziale. Il progetto iniziale era molto più cupo di quello che sarebbe poi diventato il fumetto pubblicato. Miller racconta di aver immaginato una storia estremamente pessimistica, con un finale tragico nel quale Batman sarebbe arrivato persino a morire dopo uno scontro con la polizia.
È interessante il modo in cui Miller descrive questo processo; a un certo punto, la storia cominciò quasi a rispondergli. Il personaggio prese una direzione che non coincideva completamente con quella che l’autore aveva immaginato all’inizio. Batman cominciò a suggerire possibilità differenti, costringendolo a rivedere il progetto.
Il parlare con i propri personaggi è uno degli aspetti più interessanti del suo modo di lavorare; l’autore non è necessariamente qualcuno che arriva alla pagina con tutto già deciso. Può anche essere un lettore della propria storia—qualcuno che scopre progressivamente dove i personaggi vogliono andare. In The Dark Knight Returns, questa ricerca si traduce in un Batman spogliato delle sue certezze—fisicamente, e psicologicamente messo alla prova—e costretto a confrontarsi con il proprio passato e con una società che sembra aver perso qualsiasi punto di riferimento. Bruce Wayne viene spezzato, messo in discussione, e obbligato a ricostruirsi. Non è più soltanto il supereroe che torna in azione; è un uomo che deve ritrovare una ragione per continuare a esserlo.
Riascoltando queste considerazioni a quarant’anni di distanza, si capisce quanto l’intenzione di Miller fosse diversa da quella di realizzare semplicemente una nuova avventura di Batman. Voleva mettere in discussione il personaggio per capire cosa fosse rimasto davvero della sua identità.
Il discorso si sposta poi su Daredevil: Born Again—l’altra grande opera del 1986, realizzata insieme a David Mazzucchelli. Miller ne sottolinea soprattutto l’importanza dal punto di vista visivo e narrativo. Il suo ragionamento è parzialmente compromesso nella registrazione, ma il senso del passaggio è abbastanza chiaro: Born Again rappresentava un’esperienza particolare nel modo di costruire una storia per immagini—soprattutto per come la narrazione riusciva a svilupparsi attraverso una progressione di situazioni, atmosfere, e stati mentali. È un’opera nella quale il fumetto non si limita a mostrare ciò che accade a Matt Murdock; ci porta dentro il suo crollo. La perdita dell’identità, la distruzione della sua vita privata, il tradimento, la violenza, e infine il lento tentativo di rialzarsi sono elementi di un racconto che procede tanto attraverso le parole quanto attraverso la composizione delle tavole. Qui il contributo di Mazzucchelli è fondamentale; il disegno cambia insieme al protagonista, accompagna la sua discesa e restituisce al lettore la sensazione di un mondo che si sta progressivamente disgregando. Miller sembra guardare a questo lavoro con la consapevolezza di aver partecipato a qualcosa di importante, ma senza indulgere troppo nella nostalgia. Il suo interesse rimane rivolto al processo creativo e alle soluzioni narrative che gli hanno permesso di raccontare quella storia.

Nell’ultima parte del panel, la conversazione si sposta sul rapporto di Miller con New York e con il cinema. Alla domanda sulla sua conoscenza della città in quegli anni, l’autore comincia a parlare di come—in assenza di una televisione via cavo—avesse iniziato a guardare vecchi film noir. È un passaggio breve, perché proprio qui la registrazione si interrompe, ma è particolarmente significativo. Il noir è una presenza costante nell’immaginario di Miller—non soltanto come genere da cui prendere in prestito atmosfere o situazioni, ma come vero e proprio modo di osservare il mondo. Le città diventano ambienti ostili, i personaggi si muovono in territori moralmente ambigui, e la violenza è spesso il risultato di un sistema che sembra aver smesso di funzionare. È una sensibilità che ritroveremo in seguito soprattutto in Sin City, ma che era già presente nel suo lavoro su Batman e Daredevil. Forse è proprio questo uno dei motivi per cui le sue storie continuano a essere riconoscibili: al di là dei personaggi utilizzati, Miller ha sempre cercato un linguaggio personale, costruito attraverso immagini, ritmo, contrasti, e un immaginario cinematografico molto preciso.
C’è però un altro lavoro di Miller che meriterebbe molta più attenzione quando si parla della sua carriera: Martha Washington. Qui entra in gioco Dave Gibbons—il disegnatore di Watchmen—con il quale Miller avrebbe dato vita a una collaborazione durata molti anni. La cosa interessante è che l’incontro creativo tra i due non nacque da un progetto editoriale particolarmente strutturato, né dalla volontà di replicare il successo delle rispettive opere più celebri. Piuttosto, nacque da un’amicizia e dalla voglia reciproca di lavorare insieme. Per ricostruire l’origine del progetto, bisogna tornare al San Diego Comic Con nell’estate del 1988. Miller aveva appena concluso The Dark Knight Returns, mentre Gibbons era reduce dal lavoro su Watchmen. Entrambi si trovavano in un momento particolarmente intenso della propria carriera.
Secondo quanto raccontato da Gibbons in un’intervista del 2017 ad AIPT, i due avevano cominciato a frequentarsi durante le convention—trascorrendo del tempo insieme anche fuori dagli eventi ufficiali. Si erano trovati bene, avevano scoperto di avere una sensibilità comune e—come spesso succede tra autori—era arrivata quasi spontaneamente la domanda: perché non realizzare qualcosa insieme?
Gibbons ha raccontato che Miller aveva cominciato a parlargli di un personaggio ancora piuttosto indefinito. Durante una passeggiata allo zoo di San Diego, i due avevano iniziato a immaginare le possibilità di questa nuova storia. Il primo materiale che Miller mandò a Gibbons era tutt’altro che convenzionale: un frammento di racconto che comprendeva Martha a cavallo e un imitatore di Elvis Presley nascosto in un bunker sotterraneo, impegnato a tenere in ostaggio la Casa Bianca minacciando di utilizzare missili nucleari. È difficile immaginare un punto di partenza più lontano dalla rigidità di un progetto editoriale tradizionale.
Gibbons realizzò alcuni schizzi sulla base di quelle prime suggestioni, mentre Miller continuava a sviluppare la storia. Il disegnatore ha ricordato anche un aspetto importante della loro collaborazione: Frank era estremamente ricettivo rispetto a quello che gli veniva restituito attraverso le immagini. Quando vedeva qualcosa che gli piaceva, era pronto ad ampliare la sceneggiatura e a costruire nuove situazioni intorno alle intuizioni visive del collega. Era quindi un processo creativo molto più fluido rispetto a una semplice divisione tra sceneggiatore e disegnatore.
In realtà, il rapporto tra i due aveva radici ancora precedenti. Gibbons aveva raccontato anche un episodio divertente risalente agli anni di Daredevil: durante una delle prime occasioni in cui si erano incontrati, aveva scherzato con Miller proponendogli di realizzare insieme un numero del personaggio, interamente raccontato attraverso i suoi occhi. Il risultato sarebbe stato un fumetto composto da rettangoli neri, didascalie, e balloon—una parodia del particolare linguaggio visivo che Miller stava sperimentando insieme a Klaus Janson.
Era una battuta, naturalmente, ma racconta bene quanto Gibbons fosse interessato al lavoro di Miller e quanto i due condividessero già allora una certa complicità. Il progetto di Martha, tuttavia, non partì immediatamente. Dopo l’entusiasmo iniziale, la lavorazione si arenò. Miller stava scrivendo scene senza avere ancora un’idea precisa di dove volesse arrivare e, a un certo punto, Gibbons perse interesse e abbandonò temporaneamente il progetto. La serie rimase ferma per un paio d’anni. Fu anche grazie all’incoraggiamento di Lynn Varley—collaboratrice e compagna di Miller—che l’autore decise di riprenderla, cambiando sensibilmente il proprio approccio.
L’idea originale era troppo solenne, troppo cupa, e politicamente esplicita. Miller decise di introdurre più assurdità, sarcasmo, avventura, e divertimento. In altre parole, volle recuperare il piacere di raccontare una storia di avventura senza rinunciare alla satira.
Il risultato fu Give Me Liberty, pubblicato da Dark Horse nel 1990—una miniserie di quattro numeri che introduceva Martha Washington, una giovane donna afroamericana cresciuta in un quartiere povero di Chicago, in un’America futura attraversata da crisi politiche, conflitti sociali, e derive autoritarie. Martha non era una supereroina nel senso tradizionale del termine; era una persona comune, dotata di una straordinaria forza morale, che si ritrovava continuamente coinvolta in eventi molto più grandi di lei. La sua storia avrebbe attraversato guerre, rivoluzioni, missioni nello spazio, e trasformazioni politiche—diventando progressivamente un racconto di fantascienza, satira, avventura militare, e critica sociale. Dal canto suo, Gibbons scelse di allontanarsi deliberatamente dalla costruzione rigorosa della griglia di nove vignette che aveva caratterizzato Watchmen.
Forse l’aneddoto più bello su Martha Washington arriva proprio da Dave Gibbons. Nella stessa intervista del 2017, mentre parlava della loro collaborazione, il disegnatore ha raccontato che Martha era diventata uno dei suoi personaggi preferiti in assoluto. La descriveva come una donna composta, coraggiosa, discreta, e profondamente onesta—una presenza stabile nel mezzo di un mondo completamente folle. È un’immagine che trovo particolarmente efficace per capire il senso della serie. Martha non è necessariamente la persona più potente del mondo in cui vive; non è nemmeno quella che comprende sempre tutto ciò che accade intorno a lei. La sua forza sta nel continuare a mantenere una propria integrità mentre ogni cosa sembra andare in pezzi. E forse è proprio questo che la rende un personaggio così interessante anche oggi.
Gibbons ha raccontato che la loro collaborazione si è sviluppata nell’arco di molti anni, tornando periodicamente a Martha Washington tra un progetto e l’altro. La sua storia, iniziata con Give Me Liberty, si è trasformata progressivamente in una saga di circa seicento pagine, raccolta nel volume The Life and Times of Martha Washington in the Twenty-First Century. Era un progetto nato quasi per gioco durante una passeggiata allo zoo, pero con il tempo è diventato una delle collaborazioni più longeve e personali nella carriera di entrambi. È forse questo il modo migliore per guardare all’incontro con Miller a Lucca: non soltanto attraverso le opere che hanno cambiato il fumetto, ma anche attraverso quei progetti nati da un’intuizione, da un’amicizia, o semplicemente dal desiderio di sperimentare qualcosa di diverso.
Perché, a quarant’anni da The Dark Knight Returns, Frank Miller continua a essere interessante proprio per questo. Non sembra aver mai avuto voglia di ripetere una formula che aveva già funzionato. Preferisce demolire, ricostruire, cambiare strada—e, qualche volta, lasciare che siano i personaggi stessi a suggerirgli dove andare.





