Orbit Orbit: Un Anno in Orbita con Caparezza

Siamo al primo compleanno di Orbit Orbit, il nono album in studio di Michele Salvemini—meglio conosciuto come Caparezza. Come si è comportato quest’ultimo “figlio”? Più che bene, a dire il vero.

Tra musica, fumetto, e autobiografia, Michele Salvemini firma un esperimento multimediale di rara ambizione. Il disco convince, mentre il suo debutto come sceneggiatore lascia una domanda aperta: quanto può ancora crescere Caparezza come narratore di storie?

Con il disco di platino, fumetto esaurito al debutto, primo posto nelle classifiche nelle settimane di lancio, e riconoscimenti anche sul fronte fumettistico—tra cui il Premio Coco—i risultati raccontano un progetto che ha saputo andare ben oltre il semplice ritorno discografico.

Ma questi sono numeri, medaglie, e belle statuine da mettere in casa. Sono soddisfazioni legittime, ma a noi pubblico, cosa resta una volta spenti i riflettori? Resta un esperimento multimediale di rara bellezza—un’opera in cui musica e fumetto non si limitano a convivere, ma provano a completarsi a vicenda. Resta un Caparezza che si mette a nudo attraverso un cosmonauta, trasformando la propria passione per le nuvole parlanti in una riflessione sulla creatività, sulla libertà, e sulla possibilità di ricominciare. Soprattutto, resta un disco che merita di essere ascoltato per quello che è, senza farsi distrarre dal clamore che lo accompagna.

Sul versante musicale c’è davvero poco da rimproverare a Orbit Orbit—o, per essere più precisi, ci sono tantissime cose da apprezzare. È un album che si muove tra elettronica, hip hop, suggestioni progressive, e aperture orchestrali, costruendo un universo sonoro coerente con il viaggio spaziale raccontato. Non si tratta soltanto di inserire sintetizzatori e atmosfere cosmiche per dare un’identità al progetto; è il suono stesso a diventare parte della narrazione.

PH by Leonardo Marciano

L’apertura affidata a Fluttuo, orbito ci introduce in uno spazio sospeso quasi privo di gravità, mentre Il pianeta delle ideeci porta dentro il luogo più imprevedibile del viaggio: la mente. Le idee non sono oggetti immobili da raccogliere, ma presenze che si agitano, si trasformano, e rischiano continuamente di sfuggire. La musica accompagna questa instabilità, dando forma a un pensiero che non procede mai in linea retta.

Con Io sono il viaggio, il percorso assume una dimensione più personale. Il viaggio non è più soltanto il mezzo per raggiungere una destinazione, ma diventa la destinazione stessa. Mentre il concetto è semplice in apparenza, acquista un significato particolare se letto alla luce dell’intera carriera di Caparezza: arrivare da qualche parte conta meno di ciò che si diventa nel tentativo di farlo.

Poi arriva Darktar—una figura che dal fumetto si trasferisce nella musica e porta con sé una delle ombre più interessanti dell’opera. Il personaggio incarna una componente negativa e vittimistica dell’essere umano—quella voce interiore che rischia di trasformare ogni difficoltà in una condanna. È un antagonista che funziona proprio perché non rappresenta soltanto un nemico esterno: è qualcosa con cui il protagonista deve fare i conti dentro di sé.

Il centro emotivo del disco arriva con A Comic Book Saved My Life. Già dal titolo, Caparezza mette in chiaro quanto il fumetto sia stato importante nella sua esistenza. Non siamo davanti a un semplice omaggio alla cultura nerd, né a una celebrazione nostalgica dei personaggi che ci hanno accompagnato da bambini. Invece, il fumetto diventa un rifugio—uno strumento di sopravvivenza—offrendo una possibilità di abitare mondi diversi quando quello reale diventa difficile da affrontare. Il brano racconta il rapporto dell’artista con questa passione attraverso diverse fasi della sua vita. Musicalmente, una delle sue intuizioni più interessanti è nel dialogo tra la matrice hip hop e le sonorità elettroniche, sostenute anche dal campionamento della canzone Le chemin dei Rockets. La seconda strofa, in particolare, apre una prospettiva ulteriore: il fumetto non è soltanto una porta verso altri mondi narrativi, ma anche il mezzo attraverso cui scoprire nuovi linguaggi musicali. È qui che la passione per le immagini incontra quella per l’elettronica, dimostrando come un interesse possa generare altri interessi e come la creatività si nutra continuamente di contaminazioni.

È forse questo il punto in cui Orbit Orbit spiega meglio sé stesso: non esiste una separazione netta tra ciò che leggiamo, ciò che ascoltiamo, e ciò che siamo. Ogni scoperta può diventare il punto di partenza per una nuova esplorazione.

Subito dopo, Il banditore rompe gli equilibri con un’energia diversa. L’omaggio a Enzo Del Re—artista dalla forte identità ritmica e vocale—sembra fatto apposta per ricordarci che il suono può essere anche corpo, gesto, ripetizione, e parola che si fa percussione. Le onomatopee, così centrali nel linguaggio del fumetto, trovano qui una naturale traduzione musicale. È uno dei momenti in cui i due linguaggi si incontrano senza bisogno di spiegarsi. 

Con Autovorbit, il viaggio riprende velocità. Il ritmo più incalzante e le soluzioni elettroniche restituiscono l’immagine di una mente che non smette di produrre movimento, mentre Curiosity (oltre il bagliore) riafferma la curiosità come motore dell’esistenza. La presenza della voce dell’astronauta Maurizio Cheli contribuisce a rendere più concreto il collegamento tra l’immaginazione fantascientifica e l’esplorazione reale.

Gli occhi della mente si muove invece su un terreno più ambiguo. Il campionamento di Delirio—interpretato da Gianni Morandi—introduce una riflessione sulla percezione e sul confine tra ciò che immaginiamo e ciò che consideriamo reale. È un tema che attraversa l’intero progetto: la mente può essere un luogo di salvezza, ma anche uno spazio nel quale rischiamo di perderci.

Una delle tracce più significative è Come la musica elettronica. Qui, la riflessione si allarga al rapporto con il tempo, con l’età, e con il passato. La nostalgia può essere una risorsa, ma anche una gabbia se ci impedisce di riconoscere le possibilità del presente. Il brano sembra suggerire che crescere non significhi rinnegare ciò che ci ha formati, bensì imparare a portarlo con sé senza rimanerne prigionieri. È una considerazione particolarmente adatta a un artista che ha costruito una carriera sulla trasformazione continua. Caparezza non è più quello degli esordi, e non deve necessariamente esserlo. Il suo percorso dimostra quanto sia importante accettare il cambiamento senza perdere la propria identità.

Con The NDE, il viaggio assume contorni più introspettivi, mentre Pathosfera rappresenta uno dei passaggi emotivamente più densi del disco. Se il cosmo è il luogo in cui il protagonista cerca la libertà, la “pathosfera” è lo spazio in cui deve ritrovare la capacità di sentire emozioni. La ragione, l’analisi, e il controllo non bastano sempre; per comprendere davvero se stessi, è necessario tornare a confrontarsi con le emozioni. È un brano che acquista ulteriore significato se inserito nel percorso personale raccontato da Salvemini, segnato anche dalle difficoltà uditive. Senza ridurre la canzone a una semplice trasposizione autobiografica, si può leggere in questa ricerca emotiva il tentativo di ricostruire un rapporto con il mondo attraverso una sensibilità diversa.

Cosmonaufrago ci riporta infine alla figura del viaggiatore, ma non a quella di un eroe che torna vittorioso da un’impresa. Il cosmonauta è anche un naufrago—qualcuno che ha attraversato lo spazio, ha perso i riferimenti e deve trovare un nuovo modo di orientarsi. Il ritorno non cancella ciò che è successo durante il viaggio; al contrario, è proprio l’esperienza dell’ignoto a rendere possibile una nuova consapevolezza.

A chiudere il disco è Perlificat—una conclusione ampia e corale che trasforma la creatività in un gesto collettivo. Dopo un’opera tanto personale, la presenza di numerose voci e componenti orchestrali allarga lo sguardo oltre l’individuo. L’immaginazione nasce dentro una persona, ma non è destinata a rimanervi—può diventare qualcosa da condividere.

Nel complesso, Orbit Orbit è un album che trova la propria forza nella coerenza del progetto e nella capacità di trasformare un percorso intimo in un universo sonoro. Alcune tracce colpiscono più immediatamente, mentre altre richiedono tempo e ascolti ripetuti. Ma è proprio questa natura articolata a renderlo interessante: non tutto è costruito per funzionare come un singolo isolato, perché ogni brano contribuisce a una narrazione più ampia.

PH by Leonardo Marciano

Ed eccoci arrivati all’altra metà dell’opera: il fumetto Orbit Orbit, pubblicato da Sergio Bonelli Editore. Scritto dallo stesso Caparezza, accompagna il disco attraverso un viaggio onirico e fantascientifico che mette in scena il processo creativo dell’autore. Il protagonista si muove tra realtà e immaginazione, affrontando ostacoli e incontrando figure che riflettono le sue paure, le sue contraddizioni, e il suo bisogno di ritrovare l’ispirazione.

Il progetto si distingue anche per il contributo di numerosi professionisti del fumetto italiano. Le tavole interne sono affidate a Sergio Gerasi, Riccardo Torti, Nicola Mari, Marco Nizzoli, Renato Riccio, Stefano Tamiazzo, La Came (Laura Camelli), e Yi Yang. La copertina è firmata da Matteo De Longis, mentre il lavoro sui colori coinvolge Daria Cerchi, Filippo Beretta, Daniele Caramanico, Chiara Fabbri Colabich, Yi Yang, e Antonio Campo—una squadra eterogenea che accompagna la storia con sensibilità visive differenti.

Questa pluralità è un elemento importante: Orbit Orbit non è soltanto il tentativo di un musicista di cimentarsi con un nuovo mezzo espressivo, ma anche un lavoro collettivo nel quale la visione narrativa di Caparezza incontra la professionalità di artisti abituati a raccontare attraverso le immagini.

La storia è buona e ha un immaginario riconoscibile e riesce a sviluppare temi coerenti con quelli del disco. Il protagonista, il viaggio spaziale, e le figure che popolano il suo percorso costruiscono un racconto nel quale è facile riconoscere le ossessioni e le passioni dell’autore. La possibilità di leggere un capitolo e poi ascoltare il brano corrispondente rende inoltre l’esperienza particolarmente interessante: la musica amplia il fumetto, mentre il fumetto offre nuove chiavi di lettura alla musica.

Eppure, una volta terminata la lettura, ho avvertito una certa mancanza—non tanto sul piano delle idee, quanto su quello della maturità narrativa. È una distinzione importante. Un conto è avere un immaginario ricco, una serie di intuizioni interessanti, e qualcosa di personale da raccontare; un altro è riuscire a trasformare tutto questo in una storia che trovi un equilibrio pienamente convincente tra personaggi, ritmo, sviluppo, e risoluzione.

Caparezza possiede da anni una straordinaria capacità di costruire mondi attraverso le parole. Nei suoi dischi ha dato vita a personaggi, metafore, ambientazioni, e narrazioni complesse—spesso utilizzando la musica come strumento per tenere insieme registri diversi. Ma scrivere una canzone e scrivere un fumetto non sono la stessa cosa. La prima può affidarsi alla ripetizione, al ritmo, alla voce e all’impatto immediato di un’immagine verbale; il secondo deve fare i conti anche con la scansione delle vignette, la gestione del tempo visivo, e la necessità di costruire una progressione narrativa che funzioni sulla pagina.

Il fumetto è dunque un esordio interessante, ma non sempre riesce a liberarsi del tutto dalla sensazione di essere il prodotto di un autore che sta ancora cercando il proprio passo in un linguaggio nuovo. E forse è proprio questo il suo limite—ma anche il suo punto di partenza.

Facciamo un paragone con il primo album di Caparezza. Nel suo percorso discografico, ci sono brani che sono rimasti impressi nella memoria del pubblico—pezzi che ancora oggi vengono cantati e amati—e altri che hanno attraversato il tempo in modo diverso. Sarebbe però sbagliato considerare questa differenza come una semplice questione di qualità. Un’opera viene ascoltata quando esce, ma continua a vivere attraverso le trasformazioni di chi la ascolta e di chi l’ha realizzata. Il Caparezza degli esordi non è quello di oggi. Nel corso degli anni, Michele Salvemini ha cambiato prospettiva, linguaggio, interessi, e modo di raccontarsi. La sua evoluzione artistica ha inevitabilmente modificato anche il nostro rapporto con i lavori precedenti. Ciò che un tempo ci sembrava rivoluzionario può apparirci oggi acerbo; quello che consideravamo un limite può trasformarsi in una testimonianza preziosa di una fase della sua crescita. Non è colpa del brano, né del Caparezza del passato—è semplicemente il modo in cui funziona il tempo quando lo si osserva attraverso l’arte.

È con questa stessa prospettiva che guardo al suo primo fumetto. La valutazione—se vogliamo chiamarla così—che dò a Michele è quella che si potrebbe rivolgere a qualsiasi autore alla sua prima opera in un nuovo linguaggio:

“è un buon inizio, ma voglio vederti tra qualche anno. Voglio vedere come maturi come scrittore di storie e non soltanto di canzoni.”

Avrei preferito leggere oggi il Caparezza alle prese con il suo nono fumetto, piuttosto che quello del primo. Non è perché Orbit Orbit sia un’opera da bocciare, ma perché la sua esperienza musicale mi ha abituato ad aspettarmi una capacità di costruzione e una profondità narrativa che qui, inevitabilmente, sono ancora in fase di sviluppo.

È un desiderio irrealizzabile, naturalmente. Non si può saltare la prima opera per arrivare direttamente alla nona, né si può pretendere che un autore sia già arrivato al punto in cui potrebbe trovarsi dopo anni di sperimentazione. Inoltre, c’è una differenza fondamentale: Caparezza non deve dimostrare di saper scrivere fumetti per giustificare la propria carriera musicale. Il fumetto nasce da una passione coltivata a lungo, diventata finalmente un progetto concreto. Sarebbe ingiusto giudicarlo come se dovesse competere con la sua stessa discografia.

Credo che il modo migliore per comprendere Orbit Orbit sia riconoscere che si tratta, innanzitutto, di un’opera rivolta a Michele stesso e in seconda battuta, al pubblico. Il viaggio del cosmonauta è una ricerca di ispirazione, ma anche un tentativo di ritrovare un rapporto con la propria creatività. La musica e il fumetto diventano due strumenti per affrontare un periodo difficile, per riscoprire una passione, e per immaginare nuove possibilità. In questo senso, l’operazione ha un valore che va oltre il giudizio sulla singola canzone o sulla singola tavola. Caparezza ha preso qualcosa che apparteneva alla propria sfera personale e lo ha trasformato in un’opera condivisibile, offrendo al pubblico la possibilità di entrare nel suo universo attraverso due linguaggi differenti.

Non è necessario che ogni scelta funzioni allo stesso modo per tutti. Un progetto tanto personale può trovare la propria forza proprio nella capacità di lasciare spazio a interpretazioni differenti, senza pretendere che ogni ascoltatore o lettore arrivi alla medesima conclusione.

È tutto oro quel che luccica? A essere onesti, no. Ma forse è argento. E non è necessariamente un difetto. A volte un’opera vale anche per ciò che promette, per le strade che apre, e per le domande che lascia dietro di sé.

Orbit Orbit è un progetto riuscito, ambizioso, e ricco di intuizioni. Il disco dimostra quanto Caparezza sia capace di reinventare il proprio linguaggio, mentre il fumetto apre una porta verso un territorio nel quale ha ancora molto da esplorare. Da questo punto di vista, la musica è una certezza costruita in anni di lavoro. La narrazione a fumetti è invece una possibilità ancora in divenire—un percorso che merita di essere seguito senza indulgenza, ma anche senza fretta di emettere sentenze definitive. I gusti sono cangianti e come cambiano in noi, cambiano tra di noi. Cambia il modo in cui ascoltiamo un disco, leggiamo una storia, e riconosciamo il valore di un’opera. Ciò che oggi ci sembra soltanto un buon inizio potrebbe diventare, domani, il primo tassello di una produzione narrativa più matura e consapevole.

Chissà—forse in futuro avremo modo di soffermarci e dibattere sulle nuove storie di Caparezza, confrontando questo esordio con opere che ancora non esistono. Forse vedremo un Michele Salvemini sempre più sicuro nel maneggiare il linguaggio del fumetto, capace di mettere a frutto l’esperienza accumulata con la musica senza esserne necessariamente condizionato. Per ora, non possiamo fare altro che aspettare— e, naturalmente, sperare che il viaggio continui. Perché se Orbit Orbit ci ha insegnato qualcosa, è che la destinazione conta fino a un certo punto. A volte, la cosa più importante è avere ancora voglia di partire.

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