Siamo tornati nel mondo del Necronomicon e, come da tradizione, l’odore di sangue e zolfo si sente fin dal primo minuto. L’ultimo capitolo della saga ha debuttato con una promessa: riportarci nel cuore del terrore puro. Il risultato? Un’esperienza dolceamara che mi ha lasciato diviso a metà.
Il film parte a tavoletta, senza troppi fronzoli. È qui che ritroviamo la vera essenza di Evil Dead: scene uniche, angoscianti, violente, e uno splatter così creativo e spietato da far storcere il naso (nel senso buono, ovviamente!). È quel tipo di orrore fisico e disturbante che ti costringe a guardare tra le dita. Se cercate il gore che non scende a compromessi, la prima parte del film vi regala esattamente quello che cercavate.
In un cast dove, onestamente, ho faticato a provare vera empatia per i protagonisti c’è un’eccezione clamorosa: la nonna affetta da demenza. Senza ombra di dubbio il personaggio più bello, folle, e involontariamente inquietante dell’intera pellicola. Ogni sua apparizione ruba la scena, regalandoci quei momenti di tensione pura che rendono il film memorabile. Un’icona assoluta. Purtroppo, non si può dire lo stesso per il resto dei personaggi che sono scritti in modo forse troppo funzionale alla trama per lasciarci davvero il segno.

Ed è qui che arriva l’amaro in bocca. Dove i capitoli passati della saga chiudevano in un crescendo di puro, nichilista terrore, questo film decide di cambiare registro. Il finale sposta il focus quasi completamente sulla metafora della protagonista che si libera dalle catene del suo ex marito violento. Sia chiaro: il messaggio di emancipazione è potente e sacrosanto. Ma ho avuto la sensazione che, per dare spazio a questo sottotesto sociale, il film abbia sacrificato quel brivido finale, quella cattiveria gratuita e inarrestabile che è il marchio di fabbrica della Casa.
Tecnicamente, è un film eccellente, che sa come metterti ansia, ma che a un certo punto smette di essere un “horror di pura sopravvivenza” per diventare una storia di rivalsa. Un esperimento interessante, ma che forse ha perso un po’ della sua anima più nera proprio sul traguardo.




