Sono passati ben tre anni da Questo mondo non mi renderà cattivo, e tante cose possono cambiare in un arco di tempo del genere. Le vite continuano, le prospettive si ribaltano, ma quello che muta radicalmente è l’approccio alla vita stessa. Con Due Spicci, Zerocalcare (pseudonimo di Michele Rech) ci riporta nella sua vita e di quella dei suoi amici, mostrandoci come queste vite siano cambiate negli ultimi anni.
Sara, Secco, Cinghiale, e lo stesso Zero affrontano questi tre anni di cambiamenti con una realtà e una fragilità profondamente umane. C’è chi si ritrova con un figlio da accudire, chi deve guardare in faccia i “mostri” del passato, e chi invece se ne ritrova di nuovi alla porta. Poi c’è chi sceglie di rimanere intrappolato in quei “rovi” interiori—custodite gelosamente per non far trasparire nessun’emozione. Restare intrappolato in quei “rovi” lo si fa’ per proteggere chi si ama, ma soprattutto per il terrore di non sapersi proteggere e finire a soffrire ancora.
Come d’abitudine per Zerocalcare, la narrazione segue il filone dell’“autofiction”: una storia parzialmente autobiografica, arricchita da elementi di finzione. In questa nuova serie, i due piani si mescolano più che mai. Il motivo è semplice: pur non essendo vissute in prima persona dall’autore, si tratta di vicende realmente accadute, del genere che leggiamo continuamente nelle sezioni di cronaca nera dei giornali.
Questa terza storia animata è ambientata in una Roma sempre più urbana, cruda, e popolata da figure antropomorfe. Zerocalcare affronta un tema purtroppo familiare a molti: la tossicità nelle relazioni. Lo fa con un tocco così intimo e personale che a qualche spettatore potrebbe sembrare alieno. Zerocalcare mette a nudo quella paura dell’anima che spesso ci spinge a rinnegare la realtà, nascondendoci dietro a quelle classiche frasi fatte che tutti abbiamo sentito o pronunciato prima o poi:
“Ma lui/lei sta cambiando…”
“Dai, non fa sempre così…”
“In fondo, lui/lei è una brava persona…”
“Solo io riesco a capirlo/a per davvero.”

Zero non addolcisce la pillola; è un protagonista che sbaglia, procrastina, ed è terrorizzato dalla vita esattamente come noi. Normalizzando fallimenti, crisi esistenziali, e fragilità, la serie regala allo spettatore una sensazione incredibilmente liberatoria.
Gran parte di questa magia è contenuta nell’Armadillo: l’iconica personificazione dei nostri peggiori istinti difensivi, dei sensi di colpa, e dei pensieri più oscuri. Dargli una forma permette di ironizzare su quelle voci logoranti e di confrontarcisi come si farebbe con un amico.
Senza filtri o vergogna, Zerocalcare mette in scena il ritratto di un’intera generazione schiacciata tra precarietà, ansia per il futuro, e la frustrazione di non soddisfare le aspettative di successo dei genitori. Eppure, riesce a farci sentire a casa merito di una forte componente nostalgica farcita di citazioni pop (da Sailor Moon ai Pokémon) che trasformano il racconto in una chiacchierata tra vecchi amici.
Zerocalcare non ha paura di sporcarsi le mani con temi gravissimi—come depressione, suicidio, e abusi sia emotivi che fisici—ma si rifiuta di confezionare il classico lieto fine americano. Non ti rassicura dicendoti che “andrà tutto bene”, bensì ti sbatte in faccia la verità: si può convivere con le cose irrisolte. Zerocalcare non ti insegna come stare al mondo, ma fa qualcosa di molto più prezioso: ti fa sentire un po’ meno solo.
