China, fotografia, acquarelli, e collage: Follia? No, è il Kabuki di David Mack

Dire che Kabuki sia un semplice fumetto è riduttivo; siamo di fronte a un’esperienza sensoriale stratificata. Sebbene nasca come una storia di samurai venata di un noir spietato e di sete di vendetta, l’opera si evolve rapidamente in un profondo viaggio psicologico e metafisico.

Al centro di tutto c’è Ukiko, un’assassina che agisce per conto di un’organizzazione governativa segreta nel Giappone del futuro, ma che finisce per smarrire i confini del proprio “io”.

La vera forza di Kabuki, e la genialità di David Mack, risiede in una metamorfosi visiva che segue di pari passo la crescita della protagonista.

PH by Leonardo Marciano

Circle of Blood è il primo arco narrativo della storia ed è dominato da un bianco e nero netto, sporco, e tagliente. Questo rappresenta la visione del mondo di Ukiko: binaria, rigida, fatta di ordini da eseguire, e sangue da versare. A seguire c’è la metamorfosi con gli archi di Dreams e The Alchemy. Con l’avanzare della storia, la narrazione letteralmente esplode. Mack abbandona la gabbia delle vignette tradizionali per abbracciare la tecnica mista: pagine cariche di acquerelli eterei si mescolano a collage di carta di riso, frammenti di fotografia, e calligrafia giapponese. Questa non è estetica fine a sé stessa; è il riflesso del crollo delle certezze di Ukiko. Mentre lei mette in discussione la sua maschera e la sua realtà, la pagina stessa si frammenta, costringendo il lettore a ricomporre il significato dell’opera insieme alla protagonista.

È un’opera da contemplare, non solo da leggere.

Kabuki è una lettura densa, a tratti filosofica, e mai banale. Mack sfida il lettore a rallentare. Non è un fumetto da “consumare” velocemente sul treno, ma un’opera da contemplare come un diario d’artista. La narrazione si fa rarefatta, lasciando spazio a riflessioni sull’identità, sul trauma, e sulla capacità dell’arte di guarire le ferite dell’anima.

È il volume perfetto per chi ha amato le atmosfere oniriche di Neil Gaiman o lo sperimentalismo visivo di Bill Sienkiewicz. 

In definitiva, Kabuki è una lettera d’amore alla creatività stessa: una storia che parla all’anima con la stessa intensità con cui incanta gli occhi.

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