Dagli Scaffali del Trash a Profezia del Nostro Tempo: i Vent’Anni di Idiocracy

Quando Idiocracy fece il suo silenzioso debutto nelle sale cinematografiche statunitensi nell’agosto del 2006, la reazione della critica e del grande pubblico fu una miscela di distrazione e fredda perplessità. La casa di distribuzione—quasi vergognandosi del prodotto—decise di abbandonarlo al suo destino con una promozione praticamente inesistente. Diretta da Mike Judge—già brillante mente dietro la satira aziendale di Impiegati… male! e la dissacrante serie Beavis and Butt-Head—la pellicola venne frettolosamente archiviata come l’ennesima commedia demenziale dell’era dei primi anni 2000. Venne catalogata come una farsa carica di battute sull’orlo del ridicolo, sguaiata e destinata a finire nel dimenticatoio dei B-movie.

Vent’anni dopo, tuttavia, la percezione di quel film ha subito una delle trasformazioni più clamorose della storia del cinema moderno. Quella che sembrava una parodia grossolana si è rivelata, con il passare delle stagioni, un spietato, angosciante, e accuratissimo manifesto della stupidità umana contemporanea.

La premessa narrativa di Idiocracy è di una semplicità disarmante, quasi scientifica nella sua crudezza. Joe Bauers (interpretato da Luke Wilson) —un militare americano scelto per la sua assoluta e mediocre banalità—viene selezionato per un esperimento governativo di ibernazione insieme a una prostituta di nome Rita. Il progetto viene dimenticato e i due si risvegliano casualmente nel 2505.

Idiocracy/20th Century Fox

In questo mezzo millennio di oblio, l’umanità non è arrivata alle auto volanti o alla conquista delle galassie, ma si è evoluta al contrario. Guidata da una sorta di selezione naturale invertita, la società ha visto le persone più colte e riflettute rinviare o rinunciare alla maternità in attesa di “condizioni ideali”, mentre le fasce meno istruite e più impulsive della popolazione si sono moltiplicate in modo esponenziale. Risultato? Joe—l’uomo più piatto e privo di ambizioni del XXI secolo—si ritrova a essere senza sforzo l’essere umano più intelligente del pianeta. Attorno a lui si stende una civiltà regredita all’analfabetismo funzionale, dove i fiumi sono inquinati da bevande energetiche, i monumenti crollano per incuria, e la lingua parlata si è ridotta a un gergo gergale privo di grammatica.

Quando si riflette sul futuro della civiltà e sulla perdita della libertà, il pensiero della cultura occidentale corre quasi automaticamente a George Orwell e al suo capolavoro: 1984. Per decenni, abbiamo temuto la distopia orwelliana: un regime cupo, totalitario, e opprimente, dominato dall’occhio onnipresente del Grande Fratello, dalla polizia del pensiero, e da un controllo ossessivo della verità storica.

Eppure, osservando il presente, ci rendiamo conto che la realtà del XXI secolo ha preso una strada del tutto diversa, avvicinandosi in modo spaventoso al mondo di Mike Judge. Il vero pericolo per la democrazia non si è rivelato l’avvento di un tiranno politico machiavellico che impone il silenzio con la forza, ma il trionfo volontario di una massa che ha scelto la superficialità. Non c’è stato bisogno di un ministero della verità per distruggere il dibattito pubblico; è bastato trasformare la politica in un programma da reality show, la scienza in un’opinione, e l’ignoranza in motivo di vanto. Nel 2505 di Judge, il Presidente degli Stati Uniti è Dwayne Elvis Camacho—una star del wrestling in bustino di pelle che risolve i problemi economici sparando con un fucile d’assalto al soffitto del Congresso tra gli applausi della folla. È un’immagine che vent’anni fa faceva ridere per l’assurdità e che oggi fa tremare per la somiglianza con certi comizi della politica reale.

Idiocracy/20th Century Fox

A Mike Judge va indiscutibilmente riconosciuto il merito di una lungimiranza fuori dal comune. Molto prima dell’avvento dei social network, degli algoritmi di profilazione, dei TikToker, e del giornalismo basato esclusivamente sul clickbait, il regista aveva già compreso dove avrebbe portato l’adorazione cieca dell’intrattenimento usa-e-getta e il disprezzo per la competenza. Nel film, la popolazione annaffia i campi di grano con l’ “Brawndo“—uno sports drink pieno di elettroliti—perché “è quello che cercano le piante”, rifiutando l’acqua perché “quella si usa solo nel cesso”. È la perfetta rappresentazione del rifiuto ideologico della scienza a favore di uno slogan pubblicitario mandato a memoria.

C’è tuttavia un dettaglio che rende Idiocracy ancora più inquietante oggi, a due decenni dalla sua uscita: persino il suo visionario creatore è stato fin troppo ottimista.

Nella finzione cinematografica, la regressione totale della civiltà e l’azzeramento della capacità critica richiedono ben cinquecento anni per compiersi. Nella realtà, sono bastati appena due decenni per vedere realizzate gran parte delle sue bizzarre invenzioni sceniche. Dalla perdita dei tempi di attenzione alla commercializzazione aggressiva di ogni spazio pubblico, passando per dibattiti presidenziali ridotti a insulti personali, il mondo odierno sembra aver bruciato le tappe con una fretta sconcertante.

Idiocracy non è mai stato un film d’autore nel senso classico, né aspirava ad esserlo. Le sue inquadrature sono semplici, la recitazione è volutamente caricaturale, e molte battute fanno leva su un umorismo visivo volutamente grezzo. Ma è proprio questa sua natura accessibile e popolare a renderlo una trappola perfetta per lo spettatore.

Oggi, spegnere la TV dopo aver visto la pellicola di Judge non lascia più quella sensazione di leggera spensieratezza che si provava con le comiche del passato. Ci lascia invece con un sottile senso di vertigine. Idiocracy ha smesso da tempo di essere una commedia demenziale sul futuro per diventare—a tutti gli effetti—un documentario girato in anticipo sui tempi. Un monito impietoso che ci ricorda come il rischio più grande per la nostra specie non sia un’estinzione drammatica o un’invasione aliena, ma un lento, confortevole, e del tutto volontario spegnimento del cervello umano.

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