C’era una volta Woodsboro. Per un intero decennio, la contea più famosa del cinema horror ha dettato legge, insegnandoci che per sopravvivere a un massacro bisognava conoscere le regole. Poi è arrivata New York, un azzardo metropolitano che con Scream VI aveva alzato la posta, trasformando Ghostface in un predatore urbano dal grilletto facile. Oggi, con Scream 7, le lancette dell’orologio tornano indietro. Forse troppo.

In un’epoca di requel e nostalgia industriale, il settimo capitolo della saga firmato da Kevin Williamson (che torna alla regia a quasi trent’anni dal capolavoro del 1996) compie una scelta coraggiosa e al contempo conservatrice: riporta Sidney Prescott (una sempre magnifica Neve Campbell) al centro del quadro. Dopo lo sciagurato pasticcio produttivo che ha visto l’allontanamento di Melissa Barrera e Jenna Ortega, questo film ha il sapore di una ripartenza, ma anche di una scrittura creativa avvenuta sotto dettatura. Il risultato è un’opera spiazzante, che affascina quando guarda allo specchio retrovisore della prima trilogia, ma inciampa quando prova a dire qualcosa di nuovo, finendo per essere una narrazione più sottotono e malinconica rispetto ai roboanti capitoli con le sorelle Carpenter.

Scream 7/Paramount Pictures

La pellicola si apre dove tutto è cominciato. La vecchia casa di Stu Macher, oggi macabro Airbnb a tema per fan di Stab, viene data alle fiamme da un nuovo Ghostface. È un’immagine potente, quasi purificatrice, che Williamson utilizza per tracciare un confine: ciò che è successo prima (New York, i nuovi personaggi) è solo un’eco lontana. Ora si torna in provincia, in una piccola comunità del Midwest dove Sidney vive con il marito Mark (Joel McHale, utilizzato con misurata ironia) e la figlia Tatum (Isabel May), nome che è già un tributo alla sfortunata amica del primo film.

Ed è qui che Scream 7 dà il meglio di sé, riscoprendo quel feeling da thriller psicologico che aveva contraddistinto i primi due film di Wes Craven. La macchina da presa di Williamson, meno virtuosa di quella dei ragazzi di Radio Silence ma più attenta ai volti e alle atmosfere, indugia sulla paura atavica di Sidney. Non è più la ragazza che scappa da un killer, ma una madre che teme che il trauma si ripeta sulla pelle di sua figlia. Il riferimento alla prima trilogia è costante e dichiarato: il rapporto madre-figlia riecheggia le ombre di Maureen Prescott, e il passato non è mai veramente sepolto. La sceneggiatura gioca con intelligenza sul concetto di “eredità del male”, suggerendo che i demoni di Woodsboro sono come un virus latente nel DNA della città.

Tuttavia, se il cuore emotivo del film batte forte, il meccanismo giallo mostra qualche crepa preoccupante. Dopo l’uragano di violenza e ritmo dell’episodio newyorkese, Scream 7 sembra voler respirare, ma a tratti perde il fiato. L’indagine è più statica, affidata ai soliti espedienti e a un gruppo di teenager sospetti. Anche con l’ottima prova di Mckenna Grace e la simpatia di Asa Germann, non hanno il carisma delle precedenti generazioni. Sono personaggi funzionali al massacro, macchiette che subiscono la trama più che guidarla. Persino il ritorno di Mindy e Chad (Jasmin Savoy Brown e Mason Gooding) appare forzato, relegato a un comparsato che sa più di scarto di una sceneggiatura precedente che di integrazione organica nel nuovo corso.

Scream 7/Paramount Pictures

Ma il vero tallone d’Achille, quello su cui i fan più attenti storceranno il naso, è la motivazione del nuovo Ghostface. Attenzione, nessuno spoiler, ma è lecito dire che chi si aspetta il solito, geniale colpo di scena alla Scream resterà deluso. La rivelazione finale è piatta, quasi burocratica. Se nei primi film l’identità del killer era il culmine di una satira feroce sul cinema e sulla società, qui la spiegazione appare raffazzonata ed un semplice pretesto per giustificare il massacro. Manca quel mordente satirico che aveva reso celebre la saga; l’unico ammiccamento alla contemporaneità è un uso superficiale dell’intelligenza artificiale e dei deepfake, mai approfondito fino in fondo.

E allora, perché vedere Scream 7? Perché nonostante una trama gialla poco ispirata e una narrazione volutamente dimessa, il film regge grazie al suo respiro culturale e al peso specifico delle sue “vecchie” glorie. Neve Campbell non è solo una final girl; è il monumento vivente di un’epoca, e la sua interpretazione dona al film una gravitas che gli ultimi capitoli non avevano. Accanto a lei, Courteney Cox ruba la scena con un’entrata in scena da antologia, mentre il ritorno di Matthew Lillard nei panni di Stu Macher (o di un suo inquietante simulacro) gioca con la memoria dello spettatore in modo quasi disturbante, confondendo i confini tra realtà e leggenda.

Kevin Williamson dirige la sua creatura come si guarda un vecchio album di fotografie: con affetto, con malinconia, ma anche con la consapevolezza che quel tempo è finito. Scream 7 è un film sul peso della memoria e sulla difficoltà di andare avanti. È meno divertente dei suoi predecessori, meno sarcastico, e molto più cupo. È un’opera di transizione, forse nata dalle ceneri di un progetto più ambizioso, che accontenta i puristi riportando Sidney al centro ma paga lo scotto di non avere una direzione chiara per il futuro.

È un ritorno a casa che sa di polvere e di ricordi, ma che forse aveva bisogno di fare questo passo indietro per capire come ripartire. Se ne sentiva il bisogno? Forse no. Ma vedere Neve Campbell affrontare ancora una volta l’incubo, con quel misto di paura e determinazione, è uno spettacolo che pochi fan del brivido sapranno negarsi.

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