Tra retroscena, curiosità, e ricordi personali, Mike Richardson, CEO di Dark Horse Comics, e David Scroggy, storico Product Developer della casa editrice, hanno condiviso con il pubblico un appassionante racconto sul loro lavoro di esportazione e promozione del fumetto italiano negli Stati Uniti. È un percorso non privo di sfide, ma ricco di incontri umani e di momenti significativi che hanno contribuito a creare un ponte culturale tra due tradizioni fumettistiche profondamente diverse.
Di particolare interesse sono stati gli aneddoti legati a Sergio Bonelli, figura centrale e amatissima del panorama fumettistico italiano. Richardson ha ricordato con emozione i numerosi incontri con Bonelli, descrivendolo come un uomo di grande carisma, incredibilmente generoso e sempre pronto ad accogliere con curiosità e apertura nuove idee e collaborazioni. Ha raccontato Richardson che la sua umanità e il suo entusiasmo sono rimasti impressi nella memoria di chiunque abbia avuto la fortuna di lavorare con lui.
Durante la conversazione, non sono mancati momenti di riflessione sulle differenze tra il fumetto italiano e quello statunitense, dalle modalità produttive al rapporto con il pubblico, passando per le scelte narrative e stilistiche che caratterizzano le due scuole. Richardson e Scroggy hanno sottolineato come il fumetto italiano conservi un forte legame con la tradizione e con la narrazione d’autore, mentre quello americano tende a privilegiare l’industria e il mercato, pur mantenendo un altissimo livello di innovazione visiva.
Un punto di ammirazione comune per entrambi è stato il Lucca Comics & Games, manifestazione che hanno definito unica nel suo genere per l’amore e la dedizione con cui celebra il mondo del fumetto. Hanno espresso grande stupore e rispetto per la passione del pubblico italiano, capace di trasformare ogni edizione dell’evento in una vera festa della cultura pop dove professionisti e appassionati si incontrano sullo stesso piano, uniti dalla medesima passione per la nona arte.

Alla domanda:
“Qual è la principale differenza tra il fumetto italiano e quello americano? o detto in altre parole, qual è l’ostacolo che il lettore medio americano deve superare per leggere un fumetto italiano?”
Mike Richardson:
“I fumetti americani derivavano dalle strisce di giornale, e venivano prodotti nel modo più economico possibile, inizialmente come anteprima. Venivano stampati su carta da giornale in un certo formato, perché quello è il numero di pieghe che si possono ottenere in un foglio di carta da giornale con una rivista all’esterno e due spille metalliche. Il business dei fumetti americani è stato costruito su questi spillati. Negli anni ’30, appare Superman, e ovviamente dà inizio a tutta la mania dei supereroi. E questo ha lasciato un segno indelebile nell’industria del fumetto in America. Se si cerca di confrontarlo con i fumetti italiani, si può dire che le differenze sono il formato, lo stile grafico in molti casi, gli argomenti, ecc. I fumetti italiani sono molto italiani, e se si conoscono i fumetti, si può riconoscere un fumetto italiano… Provengono da luoghi diversi, anche se cercano tutti di ottenere lo stesso risultato: parole, immagini, e vignette… ci sono delle differenze. Voglio dire, se si vuole davvero assomigliare a un fumetto americano, bisogna studiare i fumetti americani. Non credo che siano così ampi, anche se l’ampiezza e la varietà degli argomenti sono aumentate nel corso degli anni. Ci sono delle differenze evidenti. Solo nel formato ci sono delle differenze, dato che voi non fate gli spillati, che se ci pensate, ho sempre detto che è un modo così sciocco di vendere una storia: ora prendi 20 pagine di storia e poi aspetti un mese e ci vogliono 4-6 mesi per averla tutta, e poi alla fine puoi comunque comprarla in una graphic novel. … Abbiamo evitato il mercato dei collezionisti, e penso che in un certo senso sia la stessa cosa in Europa in generale e in Italia: puoi comprare un libro e non devi prendere le 20 pagine e aspettare un altro mese per avere il capitolo successivo, se ce n’è uno. A volte, le 20 pagine sono l’intera storia. Quindi non vogliamo farlo; vogliamo far arrivare i libri nei negozi che la gente metterà sullo scaffale.”

Michele Masiero:
“È assolutamente tutto condivisibile… il punto è che noi abbiamo ad esempio pagine bianco e nero. Già la mancanza di colore è problematica per questo mercato (mercato statunitense N.D.E.), però diciamo anche un fumetto europeo, già il fumetto europeo, è diverso. Il fumetto italiano dal fumento francese è diversissimo. In Francia, si pubblica il cartonato di 50 pagine a colori, e da noi appunto è sempre l’albo diciamo di 100 pagine e di tanta storia da leggere. Noi (Bonelli), per esempio, pubblichiamo in tutto il mondo; i nostri fumetti Bonelli sono dappertutto… però appunto, si fa più fatica ad entrare nei mercati, perché il lettore francese è abituato a quel ritmo. Il lettore americano è abituato a quel ritmo, quindi è molto complicato che un lettore che è abituato ad una grammatica riesca poi ad appassionarsi… Credo che soltanto il fumetto giapponese abbia una penetrazione enorme in tutto il mondo e sia riusciti invece a conquistare mercati anche molto distanti.”
Davide Fabbri:
“Immagino che avrai visto fumetti francesi, americani, e italiani. Capisco la domanda, però una cosa che ribadisco è che comunque c’è sempre il discorso della narrazione per immagini che poi che accomuna. E ci sono delle piccole differenze; a volte sono grandi, però alla fine dei conti, il meccanismo è quello della narrazione per immagini. Magari i francesi usano più campi lunghi e più ambientazioni, noi italiani (usiamo) una via di mezzo. Gli americani sono un po’ più serrati. Però è vero che anche in quel mercato lì hanno lavorato francesi, come italiani. Quindi c’è una certa intercambiabilità.”





