A Occhi Aperti di Nicola Bartucca

Leggendo questo libro, ho avuto un misto di nostalgia e scoperta. Dalle prime righe di “Sogno Americano”, mi sono trovato indietro nel tempo. Per la precisione, mi sono ritrovato nella mia prima volta negli Stati Uniti. Il JFK, l’aeroporto principale di New York, mi sembrava qualcosa di alieno. Le strade, la gente… era tutto così diverso. Non era un male o un bene; era solo diverso. E poi i sogni e le aspettative si sono scontrate con la realtà—come per Luca, il protagonista della prima e l’ultima storia di questo libro. È la realtà che si scontra con l’illusione, i sogni, la disillusione, e la fantasia che noi tutti ci creiamo attorno e su di noi. 

Il momento in cui le aspettative cedono il passo alla verità delle cose è proprio uno dei fili conduttori più forti di A Occhi Aperti. Nei racconti di Bartucca, i personaggi partono quasi sempre con un’idea del mondo, ma si trovano presto costretti a rimetterla in discussione. Non si tratta però di un semplice pessimismo narrativo. Piuttosto, sembra il tentativo di osservare la realtà senza filtri—con uno sguardo che cerca di restare lucido anche quando tutto intorno diventa confuso.

La storia che mi è rimasta più impressa è—senza ombra di dubbio—“Sunnymart”. È quella che ho sentito più vera. È la storia della routine, del lavoro ripetitivo, e di quella sensazione di essere rimasti incastrati in una vita che non si era immaginata così. Non è un racconto urlato o drammatico nel senso classico, ma proprio per questo funziona: racconta una quotidianità che molti riconosceranno. È la storia di cui noi Millennial abbiamo bisogno. È una storia che non cerca di consolare a tutti i costi, ma che restituisce con onestà il senso di precarietà, di sospensione, e di ricerca che caratterizza una generazione cresciuta tra grandi promesse e realtà molto più complicate.

Un altro elemento interessante del libro è la sua struttura. I racconti sembrano autonomi, ma leggendo si ha la sensazione che esista un filo invisibile che li tiene insieme. I personaggi sono spesso in movimento—fisicamente o emotivamente: viaggiano, scappano, cambiano città, o cercano semplicemente di capire dove si trovano davvero nella loro vita. È come se ogni storia fosse un frammento di un mosaico più grande, dove il tema centrale resta sempre lo stesso: capire chi siamo quando le certezze iniziano a sgretolarsi.

A Occhi Aperti è un libro che ti fa scontrare con la realtà. Si muove tra formazione, disincanto, e ricerca di un significato. È un mosaico narrativo che si chiude quasi a cerchio, riportando il lettore al punto di partenza con una consapevolezza diversa.

Il Bartucca ha una scrittura diretta e sensoriale, capace di alternare ironia, malinconia, e tensione emotiva. Accompagna il lettore dentro storie che sembrano quotidiane ma rivelano lentamente una profondità inattesa. Non cerca effetti spettacolari; invece, lavora sui dettagli, sulle situazioni, e sui pensieri dei personaggi. Ed è proprio in questi momenti più intimi che il libro riesce a colpire davvero.

Forse è questo il merito principale della raccolta: riuscire a raccontare storie molto diverse tra loro mantenendo una voce coerente. Ogni racconto apre una finestra su un piccolo universo umano fatto di fragilità, tentativi, ed errori.

Ho avuto il piacere di poter scambiare due parole con l’autore stesso, parlando proprio di questi temi: della genesi dei racconti, dei personaggi, e del modo in cui queste storie sono nate.

PH by Elio Kalavritinos

D: 
Il racconto “Sogno Americano” gioca molto sul contrasto tra aspettative e realtà. Quanto c’è di autobiografico in quella storia?

Bartucca: 
Di autobiografico poco … quello che ho provato un po’ andando in America, tutte le volte che ci sono stato, ho vissuto, visto posti sempre differenti, e tutti quanti mi hanno dato un po’ quell’illusione. Però poi, standoci un po’ di tempo, ho trovato anche qualcosa di autentico. È un po’ anche il processo che succede anche al personaggio (Luca), però quella storia non l’ho vissuta io; l’ho solamente immaginata. In una puntata di un podcast, avevo sentito questa storia di questo ragazzo… il giorno del ringraziamento era un giorno particolare nella famiglia in cui era ospitato in America nel periodo delle superiori. Perché, comunque, era un giorno vicino al suicidio della loro figlia. Questa cosa mi era un po’ rimasta in testa, e quindi poi col tempo … mi era rimasta un po’ questa cosa dentro e poi ci ho creato tutto un mondo intorno.

D:
Nel libro, i personaggi sembrano vivere momenti di disillusione. Cosa significa per lei “guardare il mondo a occhi aperti”?

Bartucca:
Prendere tutto—cioè prendere le cose belle, ma soprattutto le cose brutte. Perché, secondo me, è molto facile disilludersi se sei intelligente—emotivamente intelligente—e sensibile. Questo mondo è sempre pronto un po’ schiacciarti, no? Poi non so. Penso possiamo prendere 1000 ramificazioni allo psicologico e filosofico, però penso che di base ci sia molta disillusione nella vita. Il libro è uno di quei rari casi che mi è successo nella vita in cui ho provato quella sensazione addirittura oltre il senso di felicità. Magari fino a qualche anno fa, non me lo sarei nemmeno aspettato. Magari, dentro di me, l’ho sempre voluto (pubblicarlo), poi magari potrò rimanere disilluso. 

D:
Molte storie sono ambientate negli Stati Uniti. Che ruolo ha l’America nella sua immaginazione narrativa?

Bartucca:
Secondo me… una cosa che avevo sempre pensato che fosse quell’immaginario lì mi serviva per immaginare ancora di più. Forse se avessi narrato tutti i racconti nella mia città, oppure in varie parti d’Italia—che magari erano anche più facile da raccontare—non so però lì… ho provato delle emozioni veramente nuove, nemmeno forti, proprio nuove.  Credo che mi servisse proprio quello scenario lì, anche per rimanere fedele, comunque, a quelle cose che avevo provato. 

D:
Scrivere racconti brevi richiede una struttura diversa dal romanzo. Cosa la attrae di questo formato? E cosa ti ha spinto a scrivere queste storie?

Bartucca:
Io sono un lettore che legge prevalentemente romanzi. Però, alcune raccolte di racconti che ho letto mi sono rimaste veramente impresse… “In Stato di Ebbrezza” (Palo Alto) di James Franco e poi di James Baldwin Stasera Stamattina Troppo Presto. Partire da una forma del genere, creare questa sorta di “orologio”—anche un più piccolo ridimensionato—riesco a gestire meglio le tempistiche. Poi cosa mi ha spinto forse è che avevo l’incombenza di scrivere, di narrare, di voler raccontare qualunque cosa … Mi serviva giocare con tanti personaggi e riuscire a trovare la soddisfazione di aver detto tutto quello che sentivo di dire, almeno in quel momento… Però, ecco, magari adesso il progetto seguente è un romanzo. Un romanzo, tra l’altro, è ambientato nella mia città, però per assurdo, sono stato molto più prolifico con la raccolta di racconti. 

D:
Nel racconto ambientato al “Sunnymart” emerge una critica al lavoro e la vita alienante che tutti quanti un po’ facciamo. Pensa che la narrativa possa ancora essere uno strumento di critica sociale?

Bartucca:
Assolutamente sì. E penso che quello sia il racconto. Non so’ se è più bello, però forse è quello più adatto ai tempi. Perché quelle poche persone che hanno [già] letto il libro, hanno detto che è proprio nostro: dei Millennials. Come se fotografasse un po’ una generazione, perché c’è questo amore disilluso. C’è questo sentimento effimero, cioè l’illusione dei sogni e di una vita che va avanti per inerzia. E il lavoro alienante che—bene o male—facciamo quasi tutti quanti. E quindi penso che ancora possa essere una critica sociale. Il problema è farlo arrivare. Secondo me, se quel racconto lo leggessero tutti i ragazzi tra i 25 e 35 anni, il libro venderebbe 60 milioni di copie perché ci si ritroverebbero tutti. Ne sono certo. Quindi sì, il problema è arrivare a farsi sentire. 

D:
C’è un racconto del libro a cui è particolarmente legato o che è stato più difficile da scrivere?

Bartucca:
L’ultimo. L’ultimo è stato particolarmente difficile da scrivere. Quello a cui sono molto affezionato è “MiniApple” … che è stato l’ultimo che ho scritto. Però l’ultimo racconto, “Sogno Americano Parte Due” è stato molto difficile. Perché in realtà erano degli appunti che avevo scritto tanti anni fa… li ho ripresi e li ho rimessi in chiave di questa struttura che avevo creato. [Gli] altri [racconti] li scrivevo dal foglio bianco, arrivando verso la fine. Al massimo, poi li rimaneggiavi dopo, in fase di editing. Però, questo qui invece, è stato proprio difficile… Alla fine, devo dire che sono rimasto molto soddisfatto di come è venuto. È stato molto difficile anche perché veniva da alcune cose personali. Che però poi ho dovuto trasformare, cioè, in una realtà immaginativa. Quello è stato un po’ più complicato, mentre gli altri invece tutti quanti scritti dal bianco al punto. 

D:
Come accennava prima, dopo A Occhi Aperti, si sta’ cimentando con un romanzo. Può dirci qualcosa a riguardo? 

Bartucca:
È un romanzo di formazione, diciamo. Una storia che viene narrata in due lassi temporali differenti, distanti 25 anni. Dei ragazzini di 13 anni vivono un’esperienza che un po’ li priverà dell’innocenza. Venticinque anni dopo, il protagonista ritorna nella città natale dove era successo quel fatto, e ritorna per il funerale di un amico. Si ritroverà a fare i conti con questa cicatrice. È un po’ tra “Stand by Me” e “Sleepers”, diciamo.

D:
A Occhi Aperti è il tuo primissimo libro. Com’è pubblicare oggi nel 2026? 

Bartucca:
Per rispondere bene, dovrei sapere com’era pubblicare nel ‘96, però sicuramente è difficile. [È] un mondo molto particolare. Vedo che la maggior parte delle piccole case editrici lo fanno solamente per soldi. Magari vedono un prodotto buono, sanno che quella persona quelle 150-200 copie le venderà, incassano quei soldi e basta. Questo è perché l’ho tenuto molto stretto—perché comunque ci tenevo tanto. Per caso,  trovai “La Serra”—che come me, è esordiente nel mondo letterario. Il titolare è un mio coetaneo e ci siamo trovati subito benissimo… quindi, io mi reputo tra virgolette fortunato. Penso che un esordio l’avrei voluto proprio così, con delle persone con lo stesso mio entusiasmo. È successo veramente così—per sbaglio. Altrimenti, ti avrei risposto tutt’altro modo; è un mondo in cui ti devi comprare scarpe nuove e le devi consumare tutte da solo. Perché non ti danno una mano.

D:
C’è un consiglio che darebbe a chi vuole iniziare a raccontare le proprie storie?

Bartucca:
Il consiglio che do è: fatelo se veramente sentite il bisogno è la necessità. Non perché volete avere un la possibilità di notorietà oppure perché, passami il termine, fa figo. Va fatto, solamente, perché senti quella scintilla dentro. Se non ce l’hai, è inutile che la cerchi, perché comunque è una cosa che mette in crisi tutto il resto della tua vita.

Leave a Comment

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Extra
Scroll to Top