Street Fighter: l’Hadoken Manda K.O. le Critiche 

Se c’è una maledizione dura a morire, è proprio quella dei film basati sui videogiochi. Eppure, ogni tanto le stelle si allineano. Il nuovo live-action di Street Fighter è arrivato nelle sale, portandosi dietro un carico di aspettative e—a conti fatti—le ha superate quasi tutte.

Dimenticate il trash patinato e sopra le righe del film con Jean-Claude Van Damme del 1994; qui si cambia registro. La prima, vera, grande vittoria di questa pellicola sta nella messa in scena dei combattimenti. Le coreografie sono semplicemente stupende: i lottatori si muovono, colpiscono, e “si sentono” esattamente come con i controlli alla mano ci hanno abituato decenni di partite in sala giochi. Il merito è anche di un cast azzeccatissimo. Ciascun personaggio sembra la copia carbone della sua controparte digitale—sia per estetica che per stile di combattimento—e le mosse speciali iconiche sono riportate con una precisione chirurgica che fa vibrare il cuore di qualsiasi nostalgico. Menzione d’onore anche per la fotografia, che sceglie di non essere un semplice compitino anonimo, ma sfoggia un’identità visiva marcata e coerente.

Ryu, Ken, Chun-Li, Guile, Dhalsim, e Akuma sono interpretati da attori straordinari, ma è Jason Momoa—nei panni di Blanka (Jimmy)—a rubare la scena ogni volta che appare su schermo. Si vede chiaramente quanto si diverta nel ruolo. Anche David Dastmalchian ci mette del suo nei panni di Bison; la sua interpretazione non risulta mai sopra le righe, ma forse nel tentativo di discostarsi troppo dal leggendario Bison di Raúl Juliá, finisce per apparire a tratti un po’ troppo rigido.

L’intera operazione ha costantemente la sensazione di essere “un secondo capitolo”. Ambientato strategicamente nel 1993—l’anno d’oro del secondo storico capitolo videoludico—il film ci fa percepire un mondo in piena attività dove la storia ha un solido “prima” e un “dopo”. Noi spettatori ci ritroviamo semplicemente a osservare una finestra spalancata su questo universo in fermento.

Street Fighter/Paramount Pictures

Una delle scelte più coraggiose (e riuscite) della sceneggiatura è quella di spostare il fuoco del racconto sugli occhi di Ken anziché su Ryu. Ryu è un pilastro e un’icona intoccabile, ma rischiava costantemente di scivolare nel cliché trito e ritrito dell’allievo tormentato che deve vendicare il maestro. Non che questo tratto del suo personaggio non sia presente, anzi, Ryu è esattamente questo, ma dare spazio a Ken, mettendolo al centro e regalandogli un’evoluzione profonda e stratificata, rompe gli schemi convenzionali del genere in modo intelligente.

Mentre il film del ‘94 viveva di eccessi surreali, questo capitolo trova invece una quadra decisamente più equilibrata. Non ha paura di essere “giocoso”, inserendo umorismo, battute, e decostruzioni dei cliché tipici dei picchiaduro. Certo, non tutti i colpi comici vanno a segno con la stessa efficacia, ma l’atmosfera generale non ne risente mai negativamente. E per i fan di vecchia data? Sebbene si possa sentire la mancanza di un cenno diretto a quel leggendario “Of course!” urlato da Raul Julia nel 1994, la pellicola ci risarcisce con un gustoso “For me? It was Tuesday”—che strapperà più di un sorriso in sala.

Un’altra intuizione vincente è l’uso dell’animazione 2D per i flashback—una scelta stilistica azzeccatissima che strizza l’occhio alle origini bidimensionali dei lottatori. Guardando queste sequenze, viene quasi voglia di veder realizzato un intero film d’animazione prequel, magari inframmezzato da qualche incursione in live-action. La CG è ovviamente presente, ma non si percepisce mai quel sentore di troppo o farlocco, o almeno quello che si percepisce è nelle piene corde del film.

Se proprio bisogna trovare una nota stonata, tocca puntare il dito contro il finale… o meglio, i finali. Negli ultimi minuti, si avverte chiaramente la sensazione di un blocco creativo; gli sceneggiatori sembravano non sapere quale strada definitiva percorrere, finendo per accumulare più idee e conclusioni una sopra l’altra. Il film spalanca comunque le porte a un sequel, e visto l’affetto con cui viene gestito l’universo narrativo, speriamo arrivi presto. 

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