Se ne sono dette di tutti i colori su questo film prima ancora che uscisse. Erano tutte speculazioni? Sì e no. Facciamo un po’ di chiarezza. Nolan si fissa su un argomento e poi si scervella per farci un film, e questo ormai è risaputo. Continuando a dire l’ovvio, a questo giro è toccato all’Odissea; come ogni artista con la propria opera, Nolan ci mette del suo—forse anche troppo.
Si ha l’impressione che Nolan tratti l’Odissea come una grande storia di stress post-traumatico vissuto da Odisseo. Il film segue il protagonista che si confida con Calipso, la quale veste più i panni di una psicologa che quelli di una ninfa. Di contorno, abbiamo il senso di colpa di Odisseo—incarnato da Atena (forse). Dico “forse” perché non è mai specificato nella storia se quella che vede Odisseo sia la vera Atena o una “umanizzazione” del trauma che continua a perseguitarlo. Questa prospettiva—più umana che mitica—potrebbe anche convincerci, ma ciò che non ci ha convinto è stata la performance di Zendaya. Il problema lo si potrebbe ridurre a due semplici parole: “poco espressiva”.
Come avrete capito, Nolan ci racconta la storia con una narrazione non lineare. Però, questo avanti e indietro della trama non infastidisce più di tanto. Ciò che infastidisce sono i cambiamenti inutili che il film adotta.

Per farvi un esempio: Polifemo non è il classico ciclope della tradizione. Non si ferma mai a parlare con Odisseo o i suoi uomini e, in sceneggiatura, la cosa si risolve con una semplice battuta sullo stile di: “Tu ti fermeresti a parlare con una formica?”. Diciamo che ci può stare quest’ulteriore “mostrificazione” del ciclope. Ciò che invece non torna è che Polifemo mangia un paio di uomini e poi si mette a dormire come se nulla fosse, senza aspettarsi una controffensiva da parte dei sopravvissuti. Dopodiché il film riprende le vicende omeriche: Odisseo acceca Polifemo e riesce a scappare dalla grotta, ma, non avendo i due mai interagito attraverso un dialogo, manca la famosa scena in cui Polifemo si lamenta del fatto che “Nessuno” lo abbia accecato.
Ci sono tanti altri cambiamenti minori nel film: l’avere i buoi di Apollo anziché quelli di Elio, l’incontro con i Lestrigoni o—sul finale—Odisseo che per chiedere perdono agli Dei intraprende un viaggio verso ovest per mare anziché per terra. Capisco la spettacolarità del viaggio in mare verso l’orizzonte, ma sarebbe stato bello mostrare il viaggio via terra come un momento di distacco e di superamento del percorso marittimo di Odisseo.
Rimanendo nell’ambito delle scelte discutibili, c’è l’ormai dibattutissimo “dad”. Nella versione originale inglese, Telemaco nei dialoghi si riferisce al padre Odisseo come “dad” (“papà”), anziché usare un più storico ed evocativo “father” (“padre”). Era così difficile da scrivere in sceneggiatura?
Per quanto riguarda i dialoghi, possiamo solo dire che compiono il loro dovere, ma non c’è una frase che ti rimanga davvero impressa. Manca quella citazione iconica—il tipo che, non appena la senti, ti fa capire subito di quale film si stia parlando. Ed è un peccato.

Le scene del Cavallo di Troia sono una delle parti più umane e crude del film. È stupendo il modo in cui Odisseo ne parla—come descrive i giorni passati lì dentro al buio con i suoi uomini, senza poter fare il minimo rumore. Racconta di come alcuni siano morti annegati quando il cavallo sulla spiaggia aveva iniziato ad affondare nella sabbia e le onde del mare penetravano il guscio esterno. Le immagini dei Troiani che trascinano la struttura per portarla in città sono potentissime; ti fanno percepire tutto il peso e la grandezza della struttura in legno. Poi, però, sono scoppiato a ridere quando ho visto quanti soldati greci uscivano dal cavallo—la mia mente non ha potuto fare a meno di paragonarlo a una macchina da clown!
Invece, abbiamo apprezzato altri cambiamenti che riteniamo intelligenti per questo adattamento. Ad esempio, l’unione della narrazione dei Lotofagi (i mangiatori del fiore di loto) con la figura di Calipso, oppure la scelta di non farci sentire il canto delle Sirene, invece facendoci osservare la scena come se fossimo uno degli uomini sulla nave insieme ad Odisseo. Vedere prima il suo volto ammaliato e subito dopo dipinto dalla disperazione è stata una mossa geniale.
Parlando di scene potenti, il momento che Circe trasforma gli uomini in maiali è stupenda. Vedere come modella i loro volti come fossero di pongo ti fa assorbire appieno la potenza della maga. Peccato che la sceneggiatura remi contro la messa in scena… Dobbiamo citare anche l’Ade: è la palese dimostrazione di come basti poco per avere un impatto visivo incredibile. Notte, buio, sabbia nera, e solo un paio di falò come fonte luminosa—è la versione d’Ade più bello di sempre.

Passiamo agli interpreti—ovvero, al paragrafo che vorrei intitolare “Sì, ma la sceneggiatura no”. Matt Damon è un Odisseo perfetto: entra appieno nella parte, e non dubiti di lui neanche per un istante. Anne Hathaway nei panni di Penelope convince, ma la sceneggiatura non la supporta a sufficienza. Robert Pattinson nel ruolo di Antinoo è un altro centro da parte del casting, anche se nelle scene finali il copione non dà il giusto risalto né a lui né al personaggio. Tom Holland nei panni di Telemaco è un altro 50 e 50: lui ce la mette tutta, ma la sceneggiatura non lo aiuta. Charlize Theron come ninfa Calipso è la cosa più armonica del film—peccato debba vivere in quello che dovrebbe essere un paradiso terrestre e che invece sembra una spiaggia abbandonata. Zendaya, come detto prima, non ci ha convinto affatto; più che un essere umano, sembrava di vedere una action figure con un’espressione stampata sopra. A nostro parere, allo stesso livello di Zendaya c’è Lupita Nyong’o; la sua Elena di Troia non convince per niente. Attenzione: non stiamo parlando di una questione etnica, ma di come l’attrice abbia (o non abbia) interpretato la parte. Nelle scene drammatiche, mostrava solo una pallida imitazione di un’emozione umana. La scena del sacrificio della figlia—anche se dura meno di un minuto del film—è una delle più pesanti, e la Nyong’o sembra quasi non reagire. L’attrice appare del tutto fuori dalla parte e più svogliata che altro.
Sull’Odissea di Nolan c’è ancora tanto da dire—tanto di cui lamentarsi e tanto da lodare. Mi voglio soffermare su un ultimo aspetto: Nolan stesso. In fase di ripresa, Nolan ha tenuto conto del fatto che molti cinema proietteranno il film tagliando l’inquadratura sopra e sotto. Ciò comporta due cose:
1. La messa in scena non è quasi mai armoniosa e presenta molto spazio vuoto.
2. Uno sforzo produttivo lungo e del tutto inutile.
È un traguardo incredibile essere riusciti a girare un intero film in IMAX 70mm, ma quando al mondo ci sono solo 41 sale in grado di proiettarlo così, la pellicola rischia di diventare solo un’inutile dimostrazione di mezzi e di superbia.





