“Non lo so”. Queste tre semplici parole racchiudono perfettamente la mia esperienza con Send Help. È un brutto film? No. Allora è bello? Neanche.
Partiamo col dire che non è un horror, ma è un thriller. Solo perché c’è lo zampino di Raimi, con i suoi classici jump scare d’autore, non basta a definirlo un horror a tutti gli effetti.
Il problema maggiore del film è l’eccesso di didascalismo. Se nelle prime scene tutto viene suggerito attraverso inquadrature che richiamano La Finestra sul Cortile, in seguito le stesse informazioni vengono ripetute almeno altre tre volte, quasi a voler garantire che anche lo spettatore più distratto le assimili.
Di conseguenza, le rivelazioni e i colpi di scena perdono mordente: non sono vere sorprese. Tutto viene esplicitato e manca quel sottinteso che, in una seconda visione, permetterebbe di reinterpretare il film sotto una nuova luce.

Ho riscontrato diversi problemi di logica interna. Il rapporto tra azione e reazione spesso non torna e varie illogicità hanno compromesso la mia immersione nella narrazione (senza fare spoiler, basti pensare alla gestione del cesto di frutta). Anche la gestione del tempo è confusa: per alcuni elementi sembra che passino i giorni, mentre per altri tutto pare risolversi nell’arco di 24 ore.
Dal punto di vista estetico, il film è incostante; nei primi dieci minuti si vedono dei super close-up alla The Substance, che però spariscono già dall’undicesimo minuto. Non ci sono inquadrature memorabili né movimenti di camera degni dello stile iconico di Raimi.
È un peccato. L’idea di base è buona, ma l’esecuzione decisamente meno. Probabilmente sono così severo proprio perché c’è la firma di Sam Raimi; fosse stato un regista qualunque, forse me lo sarei goduto di più. Qui, purtroppo, Raimi sembra stanco e il risultato finale ne risente pesantemente.





